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L'eredita di Bellocchio e il nuovo cinema italiano

Marco Bellocchio ha costruito in sessant'anni di carriera un'opera unica nel panorama europeo. Ma il suo vero lascito non e nei premi: e nel coraggio di un cinema che non ha mai smesso di porre domande scomode.

12 novembre 2025 8 min di lettura
Sala cinematografica storica italiana con luci soffuse e poltrone rosse

C’e un momento preciso in cui si capisce di essere davanti a un film di Marco Bellocchio. Non e una questione di stile riconoscibile nel senso convenzionale - non una palette cromatica, non un tic narrativo. E qualcosa di piu sottile: la sensazione che ogni inquadratura nasconda una seconda inquadratura, che ogni dialogo stia parlando di qualcosa d’altro rispetto a quello che dice. E il cinema come struttura doppia, come iceberg in cui la parte visibile e solo il pretesto per quella sommersa.

A novant’anni appena compiuti, Bellocchio resta la figura piu importante del cinema italiano del dopoguerra. Non il piu amato dal grande pubblico - quello e sempre stato Fellini - e non il piu celebrato dai festival quando era giovane. Ma il piu necessario, nel senso in cui un chirurgo e necessario: qualcuno che apre, che incide, che non ha paura di fare male.

Da Piacenza al mondo

La storia di Bellocchio inizia a Piacenza nel 1939, in una famiglia borghese cattolica che diventa il primo e inesauribile materiale narrativo della sua opera. I pugni in tasca (1965), il suo esordio, e un film che scandalizza e affascina in egual misura: racconta una famiglia disfunzionale di una provincia italiana chiusa e soffocante, con un protagonista che decide di eliminare fisicamente i membri deboli del nucleo familiare. Non e un film sul male in senso moraleggiante. E un film sulla claustrofobia come condizione strutturale dell’Italia del miracolo economico.

Il film costa poco, e girato in bianco e nero, usa attori quasi tutti esordienti. Eppure ha una forza visiva che ancora oggi impressiona. Bellocchio aveva ventisei anni e stava costruendo, senza saperlo ancora del tutto, un metodo che avrebbe usato per tutta la carriera.

Il potere come ossessione

Se c’e un tema che percorre tutta l’opera di Bellocchio, e il potere nelle sue forme concrete e quotidiane: il potere della famiglia sul singolo, il potere della Chiesa sulla coscienza, il potere dello Stato sui corpi e sulle menti. E il potere come qualcosa che non si esercita mai attraverso la forza bruta, o non solo, ma attraverso rituali e convenzioni che rendono invisibile il meccanismo di controllo.

Nel nome del padre (1972) porta questa ossessione all’interno di un collegio religioso e ne fa un’allegoria politica. Marcia trionfale (1976) mette in scena la brutalizzazione sistematica nell’esercito italiano. Il capolavoro di questa linea tematica e Buongiorno, notte (2003), il film sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro. Bellocchio non fa un film di denuncia politica, ne un film di ricostruzione storica. Fa qualcosa di piu ambizioso: entra nella mente di una delle brigatiste e cerca di capire - non di giustificare, ma di capire - come una persona possa arrivare a una tale dissociazione tra il gesto e la sua portata umana.

Quello che distingue Bellocchio dai contemporanei e la sua capacita di scegliere angolature oblique. Il traditore (2019), la storia di Tommaso Buscetta, avrebbe potuto essere un film epico sulla mafia. Bellocchio ne fa qualcosa di completamente diverso: un’opera quasi brechtiana in cui Buscetta diventa una figura ambigua, un uomo che sceglie di collaborare con la giustizia non per un’improvvisa coscienza morale ma per ragioni molto piu umane e contraddittorie.

La famiglia come prigione e come campo di battaglia

La famiglia non e mai un rifugio nei film di Bellocchio. E sempre una struttura di potere travestita da affetto, un luogo dove le contraddizioni dell’Italia vengono messe a nudo con una crudelta che non e mai sadismo ma lucidita chirurgica.

Rapito (2023), il suo film piu recente, porta questa ossessione in un contesto storico preciso: il caso Edgardo Mortara, il bambino ebreo strappato alla sua famiglia nel 1858 su ordine del Papa. E una storia di potere assoluto, di fede come strumento di controllo, di una famiglia che lotta contro un’istituzione totalizzante. Ed e, come sempre in Bellocchio, anche una storia del presente: non importa che sia ambientata nell’Ottocento.

Gli eredi

Chi raccoglie questa eredita oggi? La generazione dei quarantenni - Alice Rohrwacher, Jonas Carpignano, Mauro Delpero, Laura Samani - ha in comune con Bellocchio il rifiuto del cinema di consumo e la fiducia nel racconto come atto politico.

La chimera di Rohrwacher e, in questo senso, il film italiano piu bellocchiano degli ultimi anni. Non nella forma - Rohrwacher ha un lirismo visivo che Bellocchio non ha mai cercato - ma nell’attitudine: il confine tra passato e presente, tra reale e magico, diventa il luogo dove si interroga il senso dello sradicamento e di una modernita che prende senza dare.

Carpignano, con la sua trilogia ambientata in Calabria, porta la questione identitaria su un piano ancora diverso: il meridione non come paesaggio pittoresco o come scenario di degrado sociale, ma come spazio di conflitti reali e complessi, dove le storie degli ultimi sono degne della forma-cinema senza bisogno di essere romanticizzate.

Cosa ci insegna Bellocchio

La lezione del maestro piacentino e semplice nella formula, complessa nella pratica: fare cinema come se la forma e il contenuto fossero inseparabili. Come se ogni scelta di inquadratura fosse anche una scelta politica e morale. Come se il cinema avesse una responsabilita nei confronti del tempo che attraversa.

“Il cinema non spiega. Mostra. E nello spazio tra l’immagine e lo spettatore che nasce il significato.”

In un momento in cui il cinema italiano tende a rifugiarsi nella commedia sentimentale o nel biopic celebrativo, questa lezione e piu urgente che mai. La nuova generazione di registi ha capito che fare cinema in Italia oggi non e un mestiere comodo - e una scelta.

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