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"Il cinema e il luogo dove posso essere onesta": intervista a Sofia Romano

Sofia Romano ha 34 anni, e cresciuta a Catania, ha studiato cinema a Torino, ha realizzato il suo primo lungo a Berlino. Il suo secondo film, presentato a Rotterdam, ha vinto il premio della critica. La incontriamo a Palermo, dove sta sviluppando il suo terzo progetto.

5 novembre 2025 8 min di lettura
Regista cinematografica che osserva il monitor sul set, luci warm

L’appuntamento e in un bar del Capo, il mercato storico di Palermo, un posto che sembra scelto non a caso: rumoroso, caotico, bellissimo, impossibile da descrivere a chi non lo conosce. Sofia Romano arriva con venti minuti di ritardo e inizia l’intervista prima ancora di sedersi. Ha la stessa qualita dei suoi film: l’attenzione alle cose concrete, ai dettagli fisici, come se il mondo si capisse prima di tutto attraverso i sensi.


Step1 Magazine: Prima di tutto: come ti presenti quando qualcuno ti chiede cosa fai?

Sofia Romano: Dico che faccio film. Non “sono una regista” - quella formula mi sembra sempre troppo solenne, come se ti stessi appropriando di un’identita invece di descrivere un’attivita. Faccio film. E’ qualcosa che faccio, non qualcosa che sono.

S1M: Eppure il tuo lavoro e profondamente identitario. I tuoi film parlano sempre di donne che cercano di stare nel mondo, di trovare un posto.

S.R.: E vero, ma non parto da quella intenzione. Parto sempre da qualcosa di specifico - un gesto che ho visto per strada, una voce, un luogo che mi ha colpito. La questione dell’identita emerge da sola, perche e la questione di fondo. Le mie protagoniste non cercano di “trovare se stesse” nel senso del cinema di formazione americano - quel genere dove alla fine c’e una rivelazione e una lezione appresa. Cercano di capire dove stanno messe rispetto agli altri, rispetto allo spazio fisico e sociale che abitano. E una domanda piu aperta, che non ha necessariamente una risposta.

S1M: Il tuo primo film, Sotto il livello del mare, era ambientato quasi interamente in un appartamento di Berlino. Come sei arrivata a quella scelta?

S.R.: Era necessaria nel senso piu letterale. Avevo un budget di 80.000 euro, due attrici, un direttore della fotografia bravissimo che lavorava quasi gratis. La costrizione dello spazio e diventata la forma del film. Ma poi ho capito che la costrizione non era solo una risposta pragmatica al budget. Era la cosa giusta per quella storia. La protagonista non puo uscire, non in senso fisico ma psicologico. Quello spazio ristretto amplifica ogni tensione, ogni silenzio, ogni parola non detta diventa un evento.

C’e qualcosa di liberatorio nell’accettare i propri limiti come elementi stilistici. Non stai rinunciando a qualcosa - stai scoprendo che il limite e anche una forma, che la forma condiziona il contenuto in modi che non avresti previsto. Non so se avrei fatto lo stesso film con tre milioni di euro. Probabilmente sarebbe stato peggiore.

S1M: Hai detto in un’altra intervista che il cinema e “il luogo dove posso essere onesta”. Cosa intendevi?

S.R.: Nella vita quotidiana siamo tutti performativi. Non nel senso necessariamente negativo - la performance e anche comunicazione, e anche cura dell’altro. Ma c’e qualcosa che nella vita quotidiana non riesco mai a dire completamente, una zona di verita che resta sempre un po’ indietro rispetto alle parole.

Nel cinema posso costruire situazioni che permettono agli attori - e attraverso loro allo spettatore - di scendere sotto la performance. Di arrivare a qualcosa di meno mediato, di meno difeso. Non la verita assoluta - non esiste, o almeno io non ho l’arroganza di pensare di possederla - ma qualcosa di piu vicino a come le cose stanno davvero.

S1M: Il terzo progetto e ambientato in Sicilia?

S.R.: Interamente. Sono anni che volevo fare un film qui. Non un film sulla Sicilia - quella sarebbe una trappola, fare il film su una terra invece di fare un film in una terra. Voglio usare la Sicilia come si usa uno strumento musicale: non per suonare una melodia che si conosce gia, ma per trovare suoni che non esistevano prima.

Il tema centrale e la trasmissione della memoria in un territorio che ha subito secoli di abbandono istituzionale. Come si passa da una generazione all’altra qualcosa che non ha mai avuto il tempo di sedimentarsi? E una domanda che riguarda la Sicilia ma anche molte altre periferie del mondo - tutti i luoghi che il centro ha deciso di non includere nel racconto principale.

S1M: Pensi che il cinema possa cambiare qualcosa?

S.R.: Il cinema non cambia le cose nel senso diretto che la domanda spesso sottintende - non convince nessuno di niente, non porta le persone in piazza. Ma puo fare qualcosa di diverso e forse piu importante: puo aprire spazi di percezione che non c’erano prima. Puo fare in modo che una persona veda davvero una cosa che prima non vedeva. Puo creare empatia nei confronti di esperienze radicalmente diverse dalla propria.

E in quel momento - in quello spazio tra lo schermo e lo spettatore - accade qualcosa che non e facilmente classificabile. Non e informazione. Non e intrattenimento. E qualcos’altro, qualcosa che continua a farmi svegliarmi la mattina con la voglia di andare sul set, anche quando sarebbe molto piu comodo fare altro.


Sofia Romano e in sviluppo sul suo terzo lungometraggio, ambientato tra Catania e il suo entroterra. Il film e atteso per il 2027. Il suo secondo film, Levante, e disponibile sulla piattaforma MUBI.

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